A memorable quote

[…]La verità è che questa situazione discende dalle sciagurate privatizzazioni dell’ILVA effettuate nel 1993-95 dai Governi Ciampi, Berlusconi e Dini, con l’attiva collaborazione dei Presidenti dell’IRI, di allora, ovvero Romano Prodi e Michele Tedeschi, sotto l’ombrello del cosiddetto “patto Andreatta-Van Miert”, che fu una vera e propria cessione di sovranità nazionale nelle politiche industriali italiane a favore della tecnocrazia liberista comunitaria, legata ad interessi economici del capitalismo internazionale, voglioso di papparsi i pregiati bocconi industriali delle partecipazioni statali italiane, cui ovviamente la borghesia italiana di piccolo cabotaggio si precipitò immediatamente, per raccogliere le briciole.


Così, senza alcuna logica economica ed industriale, ed esclusivamente per accontentare pro quota tutti gli interessi privati in gioco, l’ILVA, che unitariamente era il settimo produttore mondiale di acciaio, e godeva delle economie di scala e delle sinergie produttive e commerciali derivanti dalla sua unitarietà, venne spezzettata in tre tronconi, corrispondenti alle sue tre divisioni industriali (prodotti piani, prodotti lunghi, acciai speciali). Quest’ultima divisione, la più avanzata tecnologicamente e la più interessante in termini di mercato ed economici, venne ovviamente ceduta agli interessi capitalistici esterni al Paese, vendendo l’acciaieria di Terni ai tedeschi della Thyssen Krupp. Le altre due divisioni, quasi interamente imperniate su stabilimenti a ciclo integrale (Taranto, Piombino, Servola, Cornigliano, ecc.) vennero vendute, per un piatto di lenticchie (si stima che l’acquisizione della divisione prodotti piani, per 1.740 miliardi di lire, costò a Riva un decimo del suo effettivo valore economico, posto che tale divisione fatturava circa 13.000 miliardi di lire all’anno, e quest’ultimo si rifiutò anche di pagare il prezzo concordato, avviando un lungo processo giudiziario) a due imprenditori lombardi del settore dell’acciaio elettrico (un settore che presenta problematiche impiantistiche, produttive, organizzative e commerciali completamente diverse da quelle del ciclo integrale).


In questo modo, una realtà produttiva che, unitariamente e sotto il controllo dello Stato, aveva chiuso il suo ultimo bilancio di esercizio in utile (487 miliardi di lire distribuite all’azionista-Stato nel 1995, al netto di un accantonamento enorme al fondo rischi, effettuato esclusivamente in vista della privatizzazione, di 453 miliardi) venne trasformata in uno spezzatino, perdendo, come si è detto, le economie di scala e le sinergie di cui il gruppo aveva goduto, e le ex divisioni prodotti piani e prodotti lunghi vennero messe in mano ad imprenditori privi di esperienza nella gestione di stabilimenti a ciclo integrale. Nel periodo in cui lavorai nello stabilimento di Piombino ricordo bene la girandola di direttori della produzione nominati da Brescia e subito bruciati, l’arroganza e la supponenza con cui i bresciani trattavano i lavoratori piombinesi ex ILVA, gli unici che avrebbero potuto insegnare loro come gestire una realtà complessa come Piombino, la sconfitta storica nella gara delle forniture di rotaie per treni ad alta velocità di Trenitalia nel 1997, vinta dall’austriaca Voest Alpine, nonostante i contatti politici di Lucchini, e così via.


Questo capolavoro di privatizzazioni che ha contribuito ad estinguere la siderurgia nazionale è costato allo Stato 1.700 miliardi di lire di svalutazioni “ad hoc” degli impianti dell’ILVA pubblica, effettuate ad arte dall’advisor dell’IRI, l’IMI, per venire incontro agli acquirenti privati; 10.000 miliardi di lire di costi legati ad operazioni di scissione e di messa in liquidazione delle attività non-core dell’ILVA, una ulteriore favolosa cifra per il prepensionamento di circa 14.000 lavoratori siderurgici espulsi all’atto della privatizzazione, a fronte di ricavi da privatizzazione ridicoli (600 miliardi per Terni, 1.460 miliardi per Taranto, una cifra analoga per Piombino)[…]

 
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