A memorable quote

A Ma’arra i nostri facevano bollire i pagani adulti nelle marmitte, infilavano i bambini negli spiedi e li divoravano dopo averli arrostiti 
→ Le crociate viste dagli arabi - Amin Maalouf - Simpatici i Franchi…Quindi non erano solo i comunisti che mangiavano bambini?
 

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22 September 2013 → links html5 editor editors tools epub epub3 epub 3 ebooks ebookk libri geek geeks css css3
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A memorable quote

15 September 2013 → quotes libri books Roddy Doyle Doyle donne diritti
Stavo cominciando a imparare. Andava bene se mi sedevo sul muretto o ci stavo appoggiata finché era giorno, ma quando iniziava a fare buio no. Quello non era rispettabile. A sedersi sul muretto al buio ci si faceva una brutta reputazione. Mettersi in mostra, farsi vedere da tutti, voleva dire andarseli a cercare, i guai. Ti facevi una brutta reputazione. Eri una che ci marciava.
Fumare era la stessa cosa. Non c’era niente di male a fumare se eravamo in gruppo, tra ragazze, se ci dividevamo una sigaretta, così per ridere e ci veniva da tossire. Ma non stava bene se una ragazza fumava da sola, per esempio se camminava per la strada da sola, fumando una sigaretta. Se una faceva così voleva dire che sotto sotto era una troia. E se non si toglieva la
sigaretta di bocca quando parlava, allora era decisamente una troia. E se fumava le Major, che erano le più forti di tutte, allora era una puttana e basta. Se una invece non fumava era una stronza che ce l’aveva secca e stretta, e si credeva la Vergine Maria.
Qualsiasi cosa facevi, o eri una cosa o eri l’altra. E certe volte non ce la facevi più. Mi ricordo che ci passavo delle ore ad arrabbiarmi, ero stufa. Era carino sapere che i ragazzi ti volevano, però poi tu non potevi volere loro. Se sorridevi a più di uno eri una troia; se non sorridevi a nessuno eri una stronza. Se sorridevi al ragazzo sbagliato eri di nuovo una troia, e magari ti toccava pure fare a botte con la sua ragazza, e allora lei era una troia perché ti aveva tirato i capelli, e tu perché te li eri lasciati tirare. I ragazzi ti potevano chiedere di stare insieme, ma tu non potevi andarlo a chiedere a loro. Dovevi dire a una delle tue amiche di andare a dire al ragazzo che se lui te lo chiedeva tu gli dicevi di sì. E anche così potevi diventare una troia, se glielo facevi chiedere dall’amica sbagliata. E poi c’erano i cicli e il fatto di doverli tenere segreti e di non parlarne mai e dover controllare che nessuno se ne accorgesse e stare attenti che non si sentisse l’odore e poi - tutti i santi giorni - dover restare in gabinetto fino a quando se n’era andato via tutto e l’acqua del cesso era di nuovo pulita; e Cristo, se sbagliavi una sola volta, anche una volta soltanto eri una troia.
«Troia.»
Il mio fratellino.
«Troia.»
Mio padre.
«Troia.»
Tutti gli altri. Ci si mettevano tutti.
Ma finì tutto quando mi misi con Charlo. Dio mio, che meraviglia. Potevo andarmene in giro tutta nuda con venti Major in bocca, pettinandomi i peli del pube, e nessuno mi avrebbe detto una parola. Ero la ragazza di Charlo, adesso, quindi ero diventata rispettabile. Gli uomini tenevano la bocca chiusa quando passavo. Avevano tutti paura di Charlo, e a me piaceva da morire. Era una specie di vendetta. Potevo alzare un dito e puntarlo addosso a chi volevo, e se dicevo a Charlo di ammazzarlo lui l’ammazzava. E loro lo sapevano. E lo sapevo anch’io. Ero brava anch’io a fare a botte; ero capace di lasciare il segno, se qualcuno mi stava sullo stomaco. Ma anche se sapevi fare a botte non faceva nessuna differenza; eri sempre e soltanto una ragazza, eri una troia e troia restavi. Anzi, secondo i ragazzi eri ancora più troia se sapevi fare a botte. Ridevano, se vedevano due di noi che se le davano, anche se poi avevano paura; le ragazze picchiavano per fare male, per uccidere. Non perdevano tempo a fare a pugni, loro. Si strappavano la
carne di dosso e cercavano di cavarsi gli occhi. E sapevano bene quanto erano importanti i capelli. La maggior parte dei ragazzi non faceva quasi mai sul serio; le ragazze invece sempre. I ragazzi facevano finta; ma le ragazze no. I ragazzi facevano finta di credere che le ragazze non sapevano fare a botte, e tutti ci credevano. Io ero bravissima a fare a botte. Ma a nessuno fregava niente.
Charlo sapeva menare come una donna. Non rispettava le regole lui, perché quando menava non le sapeva, non ci pensava. Solo verso la fine, quando si fermava e poi attaccava coi calci, solo allora iniziava a pensare; e a quel punto diventava veramente cattivo e pericoloso. Ma non gli capitava molto spesso di fare a botte. Non era necessario. All’altro tizio bastava dargli un’occhiata per capire al volo che, se a Charlo gli girava storto, lui era già morto. E io dovevo soltanto alzare un dito e puntarlo addosso a chi volevo. 
→ Roddy Doyle - La donna che sbatteva nelle porte - Ecco, innamorarsi del bullo del quartiere, passare una vita infernale e finire prendendolo a padellate in faccia

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12 September 2013 → quotes libri books david foster wallace wallace infinite jest
[…]Ci sono libri che meritano di essere riletti, e quelli, come diceva Calvino, se hanno tante altre cose da dire, chiamiamoli pure classici. Ma a forza di leggere sempre cose diverse mi sono fatto l’idea che rimaniamo solo ospiti dei libri, per giunta alla lontana. Io invece, dentro a un libro, voglio camminare scalzo, aprire tutti i cassetti (questo, a scanso di equivoci, non è più Calvino, sono io che invento analogie). La seconda volta non sei un ospite, sei come un amico che viene a casa tua ma fa come se fosse a casa sua: non suona il campanello e va in bagno lasciando la porta aperta.[…] 

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8 September 2013 → quotes libri books malaparte curzio malaparte la pelle
Quando, all’alba del 9 settembre del 1943, Jack era saltato dalla tolda di un LST sulla riva di Pesto, presso Salerno, s’era visto sorgere davanti agli occhi, meravigliosa apparizione, nella rossa nube di polvere sollevata dai cingoli dei carri armati, dagli scoppi delle granate tedesche, dal tumulto degli uomini e delle macchine accorrenti dal mare, le colonne del tempio di Nettuno, sul labbro di una pianura folta di mirti e cipressi, sullo sfondo dei nudi monti del Cilento simili ai monti del Lazio. Ah, quella era l’Italia, l’Italia di Virgilio, l’Italia di Enea! E aveva pianto di gioia, aveva pianto di religiosa commozione, buttandosi in ginocchio sulla riva sabbiosa, come Enea quando sbarcò dalla trireme troiana sul lido arenoso alla foce del Tevere, davanti ai monti del Lazio sparsi di castelli e di templi bianchi nel verde profondo delle antiche selve latine. Ma il classico scenario delle colonne doriche dei templi di Pesto nascondeva ai suoi occhi un’Italia segreta, misteriosa: nascondeva Napoli, quella prima terribile e meravigliosa immagine di un’Europa ignota, posta al di fuori della regione cartesiana, di quell’altra Europa di cui egli non aveva avuto, fino a quel giorno, se non un vago sospetto, e i cui misteri, i cui segreti, ora che li veniva a poco a poco penetrando, meravigliosamente lo atterrivano 

Curzio Malaparte, La pelle, 1949, ed. cons. Mondadori 1984, p.32

9 settembre del 1943: il giorno dopo l’annuncio dell’armistizio, il colonnello americano Jack Hamilton è sbarcato nel golfo di Salerno, “sotto il fuoco delle mitragliatrici tedesche”, da una di quelle navi LST (Landing Ship Tank), che trasportano soldati e mezzi. La sua esperienza diretta dell’Italia comincia da lì, dalla visione di Paestum, che gli ricorda i suoi studi e l’ammirazione per la cultura classica. Guidato da un ufficiale di collegamento italiano – che racconta la storia – Jack avrà modo di conoscere Napoli, nel momento in cui la liberazione e la corruzione s’intrecciano in modo inquietante. Un luogo pericoloso, dove i carri armati statunitensi “rischiano di affondare nella melma nera dell’antichità, come in una sabbia mobile”. Mentre Jack sbarca, in mezzo al tumulto e agli spari, ancora non sa che cosa si nasconde dietro le colonne, le rovine e il paesaggio bellissimo, in quella data destinata a fissarsi nei suoi ricordi e nella storia.

9 settembre

 

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