Images for the Masses

10 September 2014 → images libri

A memorable quote

9 September 2014 → quotes libri books paolo nori
un lunedì mattina mi son seduto al tavolo, stavo per cominciare a scrivere, ho sentito una voce, dentro la testa, che mi diceva «Ma cosa vuoi scrivere? Ma chi ti credi di essere, a voler scrivere? Ma non ti rendi conto che sei solo una merda e che non hai nessuna speranza di essere altro?». 
 

A memorable quote

A Ma’arra i nostri facevano bollire i pagani adulti nelle marmitte, infilavano i bambini negli spiedi e li divoravano dopo averli arrostiti 
→ Le crociate viste dagli arabi - Amin Maalouf - Simpatici i Franchi…Quindi non erano solo i comunisti che mangiavano bambini?
 

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22 September 2013 → links html5 editor editors tools epub epub3 epub 3 ebooks ebookk libri geek geeks css css3
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A memorable quote

15 September 2013 → quotes libri books Roddy Doyle Doyle donne diritti
Stavo cominciando a imparare. Andava bene se mi sedevo sul muretto o ci stavo appoggiata finché era giorno, ma quando iniziava a fare buio no. Quello non era rispettabile. A sedersi sul muretto al buio ci si faceva una brutta reputazione. Mettersi in mostra, farsi vedere da tutti, voleva dire andarseli a cercare, i guai. Ti facevi una brutta reputazione. Eri una che ci marciava.
Fumare era la stessa cosa. Non c’era niente di male a fumare se eravamo in gruppo, tra ragazze, se ci dividevamo una sigaretta, così per ridere e ci veniva da tossire. Ma non stava bene se una ragazza fumava da sola, per esempio se camminava per la strada da sola, fumando una sigaretta. Se una faceva così voleva dire che sotto sotto era una troia. E se non si toglieva la
sigaretta di bocca quando parlava, allora era decisamente una troia. E se fumava le Major, che erano le più forti di tutte, allora era una puttana e basta. Se una invece non fumava era una stronza che ce l’aveva secca e stretta, e si credeva la Vergine Maria.
Qualsiasi cosa facevi, o eri una cosa o eri l’altra. E certe volte non ce la facevi più. Mi ricordo che ci passavo delle ore ad arrabbiarmi, ero stufa. Era carino sapere che i ragazzi ti volevano, però poi tu non potevi volere loro. Se sorridevi a più di uno eri una troia; se non sorridevi a nessuno eri una stronza. Se sorridevi al ragazzo sbagliato eri di nuovo una troia, e magari ti toccava pure fare a botte con la sua ragazza, e allora lei era una troia perché ti aveva tirato i capelli, e tu perché te li eri lasciati tirare. I ragazzi ti potevano chiedere di stare insieme, ma tu non potevi andarlo a chiedere a loro. Dovevi dire a una delle tue amiche di andare a dire al ragazzo che se lui te lo chiedeva tu gli dicevi di sì. E anche così potevi diventare una troia, se glielo facevi chiedere dall’amica sbagliata. E poi c’erano i cicli e il fatto di doverli tenere segreti e di non parlarne mai e dover controllare che nessuno se ne accorgesse e stare attenti che non si sentisse l’odore e poi - tutti i santi giorni - dover restare in gabinetto fino a quando se n’era andato via tutto e l’acqua del cesso era di nuovo pulita; e Cristo, se sbagliavi una sola volta, anche una volta soltanto eri una troia.
«Troia.»
Il mio fratellino.
«Troia.»
Mio padre.
«Troia.»
Tutti gli altri. Ci si mettevano tutti.
Ma finì tutto quando mi misi con Charlo. Dio mio, che meraviglia. Potevo andarmene in giro tutta nuda con venti Major in bocca, pettinandomi i peli del pube, e nessuno mi avrebbe detto una parola. Ero la ragazza di Charlo, adesso, quindi ero diventata rispettabile. Gli uomini tenevano la bocca chiusa quando passavo. Avevano tutti paura di Charlo, e a me piaceva da morire. Era una specie di vendetta. Potevo alzare un dito e puntarlo addosso a chi volevo, e se dicevo a Charlo di ammazzarlo lui l’ammazzava. E loro lo sapevano. E lo sapevo anch’io. Ero brava anch’io a fare a botte; ero capace di lasciare il segno, se qualcuno mi stava sullo stomaco. Ma anche se sapevi fare a botte non faceva nessuna differenza; eri sempre e soltanto una ragazza, eri una troia e troia restavi. Anzi, secondo i ragazzi eri ancora più troia se sapevi fare a botte. Ridevano, se vedevano due di noi che se le davano, anche se poi avevano paura; le ragazze picchiavano per fare male, per uccidere. Non perdevano tempo a fare a pugni, loro. Si strappavano la
carne di dosso e cercavano di cavarsi gli occhi. E sapevano bene quanto erano importanti i capelli. La maggior parte dei ragazzi non faceva quasi mai sul serio; le ragazze invece sempre. I ragazzi facevano finta; ma le ragazze no. I ragazzi facevano finta di credere che le ragazze non sapevano fare a botte, e tutti ci credevano. Io ero bravissima a fare a botte. Ma a nessuno fregava niente.
Charlo sapeva menare come una donna. Non rispettava le regole lui, perché quando menava non le sapeva, non ci pensava. Solo verso la fine, quando si fermava e poi attaccava coi calci, solo allora iniziava a pensare; e a quel punto diventava veramente cattivo e pericoloso. Ma non gli capitava molto spesso di fare a botte. Non era necessario. All’altro tizio bastava dargli un’occhiata per capire al volo che, se a Charlo gli girava storto, lui era già morto. E io dovevo soltanto alzare un dito e puntarlo addosso a chi volevo. 
→ Roddy Doyle - La donna che sbatteva nelle porte - Ecco, innamorarsi del bullo del quartiere, passare una vita infernale e finire prendendolo a padellate in faccia

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