“[…]Non si può pensare che lo Stato sia in grado di fornire tutto in termini di trasferimenti e servizi. Sia il privato che lavora per il profitto sia il volontariato no profit sono necessari per superare i vincoli di risorse. Il privato, in più del pubblico, possiede anche la creatività per innovare e per creare prodotti che aiutino i disabili.
Il privato. E’ creativo. Affidiamo i disabili ai privati creativi, dopo aver affidato l’intero Paese alla finanza creativa e a dei tecnici che di creatività ne hanno meno di zero. Affidiamo i bambini down, i tetraplegici, i ciechi, i sordomuti, alle compagnie assicurative che sapranno così bene prendersi cura di loro con tanti bei “prodotti” da vendergli.
Il Presidente della Federazione per il superamento dell’handicap invoca disperato l’articolo 38 della Costituzione, che risate. La Costituzione. In un Paese che privatizza perfino i terremoti e i portatori di handicap, qualcuno spera ancora nella Costituzione? E fatta di carta, sapete, mica di ferro.
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“[…]Entrambe frutto di una nomina e non di un voto elettorale; entrambe con una scadenza temporale e un raggio d’azione circoscritto; entrambe assegnate a personalità dotate di grande autorevolezza, che in qualche modo supplisce alla mancata investitura popolare. “La situazione d’emergenza ha fatto sì che io fossi chiamato a reggere lo Stato”: è la frase tipo che Livio faceva dire ai dittatori romani nel discorso d’insediamento. Veri e propri salvatori della patria, insomma. Mario Monti come uno di loro. Come Marco Valerio Corvo, ad esempio: che, nominato per ricomporre la minaccia di una secessione popolare, varò una serie di importanti riforme di cui si discuteva da tempo senza mai venirne a capo. Suona familiare, no?
Certo, le analogie non cancellano le differenze. A cominciare dalla presenza dell’aggettivo “tecnico”: a Roma il concetto di competenza in politica era praticamente inesistente. Così, se in quel caso avevamo il ricorso ad una magistratura alternativa e un’effettiva estensione di potere, nel nostro l’assetto costituzionale non cambia d’una virgola. E a quei tempi l’emergenza aveva spesso e volentieri i truci tratti della guerra; ora, invece, assume le più subdole fisionomie del tracollo finanziario. Ma un principio comune ispira le due situazioni: svincolare il governo dalle ovvie complicazioni che la politica porta in dote per renderlo massimamente operativo. L’esecutivo che entra in carica non dovrà fare quotidianamente i conti con le problematiche della concertazione fra le parti, con iter legislativi laboriosi, non da ultimo con la stringente considerazione dell’opinione dell’elettorato. Ed in virtù di ciò potrà prendere provvedimenti efficaci, in tempi brevi.
Sia il governo tecnico che la dittatura romana nascono dall’idea – che è quasi un’ammissione – dell’incapacità della politica ordinaria di essere risolutiva in circostanze straordinarie; un’incapacità che deriva dalle stesse dinamiche di funzionamento della politica democraticamente concepita, e si traduce in un passo indietro. Come un tempo la rimozione dei veti incrociati e del principio di collegialità donava incisività all’azione del dictator; così oggi la crisi e mille altre considerazioni impongono ai partiti di sostenere in maniera quasi incondizionata il governo, conferendogli un potere d’azione che nessun altro esecutivo potrebbe avere in un simile momento.[…]
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…Lisa, una bambina di due anni e mezzo, alla domanda “che cosa hai visto in TV?”, risponde “Ho visto il nonno Mario, quello che dice le cose giuste per il futuro…